Credits: Maurizio Brambatti/Ansa
Dal 20 aprile , per 48 giorni consecutivi, si è nutrito di soli 3 cappuccini al giorno e domani riprenderà il suo sciopero della fame. Ieri però, "per riconoscenza" nei confronti delle oltre 10.000 persone (tra cui oltre 7500 detenuti dalle carceri italiane, insieme ai familiari, e gli avvocati dell'Unione delle Camere penali ) che a staffetta hanno aderito alla sua iniziativa nonviolenta, Marco Pannella ha deciso di concedersi una pausa di due giorni, inaugurata con solennità mangiando una brioche in un bar di Via di Torre Argentina, davanti alle telecamere di radioradicale.it .
"Lo devo ai direttori delle carceri, alla polizia penitenziaria, ai carcerati delle immonde carceri in cui sono tutti detenuti, tutti vittime. Loro lottano con lo sciopero della fame per una grande amnistia, per la riforma della giustizia."
Esordisce scherzando, il vecchio corsaro radicale : "Mi dicono che non mangio da 48 giorni, ma non è vero: è una balla, se no la stampa e la televisione avrebbero dato almeno un'immagine...". In effetti, che lo si ammiri o non lo si sopporti più, il fatto che un anziano signore di 81 anni compiuti non mangi da oltre un mese e mezzo dovrebbe essere abbastanza "curioso" da diventare notizia, anche se non è una novità. Perché non accade?
Su Il Foglio del 24 maggio scorso, Guido Vitiello, nel suo Tutti quelli che si scordano di Pannella, manco fosse il settimo nano , evidenziava "la strana riluttanza a dare a Pannella quel che è di Pannella anche laddove parrebbe impossibile estrometterlo", chiudendo la sua interessante analisi mettendoci in guardia: "espungendo dalla riflessione sull’Italia quel piccolo e vulcanico laboratorio politico si ottiene non già di mettere i radicali ai margini, ma di restare ai margini di molte questioni cruciali. Ricordatevi di Brontolo".
Prendiamo in parola Vitiello e ci ricordiamo di Brontolo, proponendovi le immagini della pubblica colazione rituale di ieri mattina e così addentrandoci nelle complesse ragioni che muovono Pannella e i 10.000.
A leggere l'elenco dei suoi obiettivi iniziali, si resta un po' spaesati per la loro apparente eterogeneità: si va dall'istituzione di una Commissione di inchiesta sullo stato della democrazia composta da accademici (almeno 13 sulla falsariga dei 13 che non giurarono fedeltà al fascismo); alla possibilità di un'amnistia per far fronte alla situazione della giustizia e delle carceri italiane; a una mozione per l'uso, in Libia e Siria, delle "armi di attrazione di massa"; alla ripresa, da parte del PD, dell'abbandonato impegno (congressuale) per il sistema elettorale uninominale.
A voler riassumere, Marco Pannella non mangia perché "L'Italia è una non democrazia, una antidemocrazia quotidiana". Pensa anzitutto alle carceri, "specchio del Paese", dove urgono interventi strutturali per risolvere una situazione sempre più drammatica (sovraffollamento, scadimento dei servizi, emergenza sanitaria, crescita dell’autolesionismo tra detenuti e agenti) che lui definisce una "realtà strutturale di Shoah".
E torna a nominare l'innominabile amnistia: "contro l'amnistia di classe e di massa che viene dalle prescrizioni", ripete come un mantra. Ma anche a quello 0,8% di presenza dei radicali, nell'ultimo anno, nei principali talk-show televisivi, certificato da Gianni Betto del Centro d'ascolto dell'informazione Radio televisiva, o all'impossibilità di far emergere la verità sul "Caso Saddam", raccontato sul sito dall'impossibile dominio bushblaircontrosicurapacefeceroguerrairakimpedendoesilioasaddam.it .
Nessuno degli obiettivi di Pannella sembra raggiungibile a breve, ma lui non se ne preoccupa perché, per usare un suo gioco di parole, deve occuparsene. Anche senza pubblico, Pannella non cesserà di incarnare la Repubblica e le leggi o, come dice lui, di "dare corpo" alla sua "fame di legalità e democrazia", insaziata e sessantennale, in una metafora che tante somiglianze ha con la figura estrema e dolente del digiunatore di Kafka , "costretto" a digiunare perché non trovava il cibo che gli piacesse:
«Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore. «E noi infatti ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode. «E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore. «E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?». «Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore. «Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?». «Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato, non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri.»
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